martedì 10 luglio 2018

"I fatti sono amici": l'errore in psicoterapia

Rogers ha sempre sostenuto che i fatti sono i migliori amici dell'apprendimento e, quindi, del cambiamento (Rogers, 1980). Ciò vale anche per il mondo della psicoterapia. Diciamoci la verità: come terapeuti non amiamo sbagliare, fare papere. E quando ciò succede, talvolta ci invade uno sconforto e frustrazione tali, che vorremmo mandare tutto all'aria. Ma come sbaglia il terapeuta? Può succedere in moltissimi modi. Naturalmente non sto parlando di violazioni di setting o di codice deontologico, ma di errori di comunicazione, di ascolto, ma anche di valutazioni, di scelte di determinati trattamenti di elezione o impasse relazionali, che possono venire riconosciuti attraverso dispositivi di supporto allo psicoterapeuta, come intervisioni, supervisioni e terapia personale. Per fare un esempio, proprio ieri, durante la mia supervisione mensile, il mio supervisore, appunto, mi ha fatto notare quanto mi fossi bloccata con un paziente, avendo, probabilmente, facilitato il suo abbandono prematuro del setting. Mi sono resa conto, in effetti, che durante la nostra interazione, mia e del cliente, mi sono persa in un'artificiosità tale dell'ascolto, di aver mandato in tilt la mia bussola interiore, il mio locus di valutazione interno (Rogers, 1951), con conseguente perdita di empatia, autenticità e accettazione. In soldoni, ho letteralmente buttato nel secchio le "condizioni necessarie e sufficienti" rogersiane (Rogers, 1957; 1962). Non ho avuto fiducia della mia congruenza e mi sono, da qui, imbrogliata e, conseguentemente, sabotata. Beh, mentre sto scrivendo, la mia saggezza interiore mi sta facendo provare profondo rammarico per aver perso un'occasione, per essermi trincerata in vecchi meccanismi che, probabilmente, sono miei scogli e talloni d'Achille. Non amo ammettere i miei limiti, le mie sconfitte, i miei fallimenti. Però, allo stesso tempo, sono consapevole che, come ogni altro essere umano, sono fallibile, e che con umiltà, fatica ed esercizio posso apprendere dai miei refusi, per scongiurare il ripetersi degli stessi in futuro. Come ci insegna Rogers (1980) "l'unica persona che si può ritenere istruita è quella che ha imparato come si fa a imparare a cambiare". In tal senso, mi piace paragonare il terapeuta, che apprende la difficile arte dell'ascolto terapeutico, al bambino che impara a camminare e che, per farlo, inevitabilmente cade e si sbuccia le ginocchia.  Nel libro che ho pubblicato a giugno "Paco, le nuvole borbottone e altri racconti", per quanto riguarda l'importanza dell'errore, quale fonte di apprendimento educativo, ho scritto proprio questo: "...lo sbuccio alle ginocchia, lo vedo come metafora della vita, di ciò che è in realtà...Una direzione e non una destinazione. Una complessità di valori e vissuti emotivi, non sempre intrisi di felicità, ma anche di sofferenza, di inciampi appunto. Ma facenti parte di una vita arricchente, fresca e stimolante (Rogers, 1980)" (Carubbi, 2018, p. 13). E l'affascinante arte terapeutica è come la vita: una direzione e non una destinazione. Un so - stare in incognite, in attese, in frustrazioni. Ma anche in gioie, passioni e desideri. E' un continuo flusso coraggioso di apprendimento e cambiamento.

venerdì 8 giugno 2018

Uscita libro "Paco, le nuvole borbottone e altri racconti"

Ci siamo! Da oggi il mio libro è acquistabile online e in libreria. Il libro è dedicato a chi, occupandosi di educazione, vuole utilizzare la Fiaba come strumento per supportare lo sviluppo emotivo del bambino.
Adatto per i genitori.
Per visionare la scheda: http://www.alpesitalia.it/scheda.cfm…

mercoledì 21 marzo 2018

"Er fijio de' re, puorco". Una Fiaba popolare come elogio alla vitalità.

"Er fijio de' re, puorco" è una Fiaba popo)lare marchigiana (Fabriano), che, sulla scia della Novella tradizionale, quindi non edulcorata nei suoi aspetti più grotteschi, licenziosi e spaventosi, cerca di esorcizzare ciò che è più estraneo dentro di noi  e, rispetto all'epoca della narrazione orale, anche i pericoli insiti in un ambiente, come quello della Terra di Marca, ostico e difficile, a causa della sua configurazione geografica e della sua continua lotta per la sopravvivenza, soprattutto per il Ceto Contadino (Rossi, 1994).
In tal senso, da un punto di vista psicologico, la Fiaba tradizionale e popolare si confà particolarmente nel divenire uno strumento di facilitazione dell'integrazione di quelle parti di sé, subcepite, intercettate e negate alla coscienza (Rogers, 1951), che hanno carattere di pericolo e minaccia per la coerenza e la stabilità della Struttura del proprio Sè (ivi). In altri termini, la schiettezza linguistica, dal carattere così immediato, spontaneo, a tratti cruento e, soprattutto, privo di quelle artificiosità tipiche delle novelle più conosciute a noi, permette di poter simbolizzare con meno paure ciò che di spontaneo, immediato, vero, ma anche di arcano e misterioso è in noi, all'interno del nostro Vero Sé (ivi), che, non dimentichiamo, comprende  tutte quelle percezioni, modalità di costruzione dell'esperienza,  e tutti quei valori, sentimenti che tendiamo a giudicare come mostruosi, alieni e, quindi, estranei. Ma che, se ci ostiniamo a relegarli in un angolo remoto della nostra identità, non faranno altro che remare contro di noi. Infatti, l'ascolto della nostra Saggezza Organismica e, conseguentemente, lo sviluppo ed il progredire della nostra Tendenza Attualizzante (ivi), della nostra pulsione vitalistica, non possono esimersi dall'integrare sia le nostre pulsioni mortifere, i nostri vissuti emotivi meno "nobili" (per lo meno come tendiamo a percepirli), come ad esempio rabbia, odio, invidia, gelosia, bensì le nostre fantasie più recondite e che reputiamo più vergognose ed inaccettabili. E la Fiaba fabrianese parla proprio di questo. Nello specifico, il racconto, in dialetto, narra le vicende di un giovane principe, che, di giorno fu un maiale, ma di notte tornò ad essere un bel ragazzo. Il principe, poiché volle una moglie, chiese la mano delle figlie del Mugnaio. Costoro, quando videro che il loro re - porco, a tavola,  mangiava, appunto, come un maiale, arretravano inorridite. Allora, il re si vendicò uccidendole. L'ultima sposa, più consapevole e congruente (Rogers, 1957) non battè ciglio dinanzi al comportamento dello sposo/porco, ma, anzi, lo pulì perbenino, tanto che riuscì  a trasformarlo in un bel giovane: "...e lia, che avea più giudizio de quell'antre je ro pulia co' 'na pezzetta per fallo magnà mejo. Dopo magnato giétte a letto; e a mezzanotte 'bbocca 'ntella cammera el giòane più biello del munno." (Gianandrea, Mannocchi, 1994, pag. 12). Traducendo: "... E lei, che aveva più giudizio delle altre lo aveva ripulito con una pezzetta per farlo mangiare meglio; ed a mezzanotte entrò nella camera il giovane più bello del mondo".  Questo racconto, molto somigliante a "Barbablù", scritto da Perrault nel XVII secolo (una bellissima lettura psicologica è contenuta in "Donne che corrono coi Lupi" di C. Pinkola Estés, 1992), può divenire metafora del pericolo di soccombere, a causa di retaggi e pregiudizi culturali, a quelli che Pinkola Estés (1992) definisce "predatori della psiche", ossia a quelle modalità mortifere di autocensura, di non ascolto e sviluppo del proprio potenziale umano,  della propria vitalità e creatività, intesa anche come energia corporea, sessuale ed affettiva, del proprio empowerment personale (Rogers, 1977). In termini simbolici, il puorco, può ben rappresentare, nello specifico, quegli aspetti vitalistici di piacere, soddisfazione e di passione, di desiderio, che non sempre riusciamo ad esprimere nel loro potenziale, a causa di inibizioni interiorizzate e di stereotipi socio - culturali. Riassumendo, l'ultima sposa è colei che ha potuto toccare con mano i suoi aspetti, finora relegati, senza venirne sopraffatta ed annientata, ma facendoli propri, dando vitale nutrimento al proprio vero ed organismico sé: la ragazza ha ridato luce, bellezza ed offerto legittimo spazio a quelle parti che, se fossero rimaste silente e distorte, avrebbero devitalizzato e mortificato la sua esistenza. La Luce non esiste senza Ombra e viceversa.

© Francesca Carubbi
psicologa - psicoterapeuta rogersiana
www.psicologafano.com



sabato 3 marzo 2018

Legame vs Vincolo. Per una lettura rogersiana del Legame d'Amore

“L’amore non dà nulla fuorché se stesso e non coglie nulla se non da se stesso.
L’amore non possiede, né vorrebbe essere posseduto poiché l’amore basta all’amore”

K. Gibran

In Potere Personale (1977) Rogers ci informa che amare non significa essere tutto per l'altro e che il rapporto tra partners si basa su una comunicazione aperta, autentica e sul reciproco rispetto dell'Altro, anche in termini di vissuti ed autonomia personale, dove i ruoli di coppia non assumono più quei connotati contraddistinti da fissità, rigidità e da stereotipi sociali. Il rapporto d'amore, ne consegue, è una relazione basata su una profonda accettazione della libertà esperenziale, non solo della propria, ma anche quella del partners. In tal senso, l'Autore, in A Way of Being del 1980 ci offre un piccolo cammeo riguardante la sua personale intolleranza ad un rapporto di coppia basato sul controllo e sul possesso. In effetti, il paradigma rogersiano amoroso, non può non basarsi sul seguente presupposto: si è coppia, ma, in quanto Persone ed individui, anche agenti di scelta unici ed irripetibili. In tal senso, L'Altro che si ama, per i principi di saggezza organismica, libertà esperenziale ed autodeterminazione (Rogers, 1951) non è lo strumento di soddisfacimento dei nostri bisogni, non è la nostra ancora di salvezza, né tanto meno l'artefice delle nostre aspirazioni; sta a noi, come persone capaci di scelte  (Rogers, 1951), la libertà e responsabilità della nostra felicità. Non sono, da qui, il prestigio,  né la bellezza, né il fascino, piuttosto che la carriera dei nostri compagni a farci sentire realizzati. Tanto meno è responsabilità dell'Altro a nutrire le nostre ferite narcisistiche e le nostre paure abbandoniche. Non viviamo di luce riflessa. Solo nel momento in cui, noi per primi ci legittimiamo e ricaviamo le nostre soddisfazioni personali, all'interno dei nostri spazi, potremo vedere ed accettare l'Altro come entità separata e diversa da noi: ogni membro della coppia ha un'identità unica, soggettiva ed irripetibile e l'incontro può avvenire solo nel rispetto e consapevolezza delle reciproche differenze. Nella realtà, al contrario, si è soliti pensare che il rapporto d'amore sia un patto di sangue (in tutti i sensi, purtroppo. Come ci ricorda amaramente la cronaca di questi anni) e non di soddisfazione dei propri desideri e passioni. Il rapporto diviene un giuramento di esclusività: l'esistenza di uno dei partners inizia e finisce con quella dell'Altro. Si tende a vivere il rapporto di coppia all'interno di due estremi:  "o sono sempre con te e tutto per te" o "mi sei troppo vicino e non ti tollero più". Nel primo caso, pian, piano si abbandonano ( o non si iniziano affatto) le proprie aspirazioni, i propri interessi, al fine di raggiungere un'illusoria simbiosi di coppia; nel secondo caso, si ha così paura della vicinanza e del legame, da volerlo rifiutare. In entrambe le situazioni comunque, per quanto estreme l'una dall'altra, c'è un tratto che le accomuna: l'impossibilità di vedere l'Altro per ciò che è relamente, idealizzandolo o svalutandolo a seconda delle proprie insicurezze e paure. Non c'è più un cammino comune e rispettoso delle reciproche diversità. Non c'è più spinta vitalistica, Tendenza Attualizzante. Tutto diviene un calvario mortifero e doloroso: una via crucis da cui non si riesce a separarsi: iniziano, così, ricatti affettivi, morali, minacce, violenze, coazioni di sofferenza inaudita. Insomma, una spirale di rabbia, rancore e dolore da cui sembra impossibile usicre. Il legame, a differenza del possesso, si basa proprio sulla consapevolezza ed accettazione che l'Altro che amiamo sarà sempre, in quanto persona diversa da noi, un'incognità unica, soggettiva ed irripetibile. Differente da noi. Vicino e lontano. Presente ed Assente, senza per questo farci sprofondare in uno stato di annichilente e sopraffacente angoscia.
E per questo che il legame è una sfida: perché è una continua apertura all'esperienza. L'amore è una direzione, non una destinazione (Rogers, 1961). E' legame, non vincolo.  L'amore, come ci ricorda Gibran,  basta a se stesso.

© Francesca Carubbi

Dott.ssa Francesca Carubbi
psicologa e psicoterapeuta rogersiana
Fano (PU)
www.psicologafano.com

mercoledì 28 febbraio 2018

Gli uomini violenti

"Gli uomini violenti" (Estratto dell'Articolo "LA VIOLENZA E LE SUE FORME DI REATO: un'analisi attraverso il punto di vista psicosessuologico “centrato sulla persona”- di Antonietta Albano e Francesca Carubbi. Pubblicato su "Da Persona a Persona - Rivista di Studi Rogersiani, giugno 2011, pp. 283 - 297)
Per ciò che concerne la tipologia degli uomini violenti o maltrattanti, a differenza di quello che si potrebbe immaginare, nella maggior parte dei casi, ci troviamo di fronte a uomini “normali” (Baldry, 2005), ovvero a individui che hanno una vita sociale normale, relazioni amicali e lavorative soddisfacenti: uomini insospettabili, provenienti da diversi contesti socio – culturali. Solo nell’8% dei casi questi uomini fanno uso abituale di alcol o di sostanze: in effetti, l’uso di sostanze stupefacenti non spiega i comportamenti violenti. Anzi, sono spesso gli stessi uomini a cercare un alibi per la loro violenza, giustificando il loro comportamento violento con l’uso di narcotici (Crowell, Burgess, 1996). In questo senso, Hirigoyen (2005) raccomanda di non considerare l’alcolismo come sinonimo di deresponsabilizzazione dal comportamento violento: infatti, tutti gli uomini che giustificano la perdita di controllo sono però capaci di tenerlo a bada in società o sul luogo di lavoro. A ciò si aggiunga che, in realtà, il comportamento violento non cessa con il cessare dell’uso di sostanze, al contrario, essendo più lucido, l’uomo maltrattante attua comportamenti violenti più mirati, deliberatamente selettivi (ad esempio, nel caso di violenze fisiche, è raro che l’uomo colpisca la donna al viso, in quanto le percosse lascerebbero segni inequivocabili di riconoscimento), aventi lo scopo di terrorizzare la partner. Come ricorda ancora Hirigoyen (2005), tutti i racconti delle vittime descrivono uomini che diventano irritabili senza motivo apparente. Sono di cattivo umore, si lamentano di aver dormito male e cercano, appunto, un’occasione per giustificare la loro irritabilità, evidenziando come la loro personalità soffra di una profonda ferita
narcisistica: il loro senso di fragilità e il loro senso di impotenza può portarli a voler dominare la loro compagna. In questo senso, si aspettano che le loro partners si prendano sulle spalle il peso delle loro tensioni, colmare le loro insicurezze e placare le loro angosce. Poiché, comprensibilmente, queste donne non possono riuscire in questo intento, esse divengono bersaglio della furia del compagno; in questo panorama, l’atto violento si innesta come un tentativo onnipotente di calmare la propria angoscia annichilente, attribuendo la responsabilità dei propri fallimenti alla donna, che viene percepita come l’unica responsabile della propria infelicità e angoscia esistenziale. In questo modo, il controllo sull’altro colma la loro mancanza di controllo interno. Ma questa angoscia interna è connessa anche alla paura di essere abbandonati: “il loro comportamento violento, in certi momenti, ha lo scopo di mantenere la donna al posto suo, in modo da non sentirsi dipendenti da lei, mentre in altri, quando sono terrorizzati dall’idea di essere lasciati, tentano di farsi perdonare e suscitano nella compagna un atteggiamento protettivo” (Hirigoyen, 2005, trad. it., pag. 126). Inoltre, sempre per il timore di essere abbandonati, gli uomini violenti ignorano che un rapporto di coppia sano abbia bisogno di una certa distanza psicologica, cercando, al contrario, una piena fusione con la partner. In questo tipo di rapporti, in cui i due partner si vivono come un tutt’uno, il minimo cambiamento in uno dei due mette a rischio la vita di coppia, e il partner si sforza, talvolta, con violenza a ristabilire l’equilibrio. Come possiamo notare, si tratta di un problema di “giusta distanza” relazionale: l’uomo violento vive la donna, alternativamente, come inesistente, non prendendola in considerazione, o troppo invadente, sminuendola o criticandola. Troppa vicinanza li spaventa, in quanto hanno paura di essere invasi, mentre, una lontananza percepita troppo grande riattiva in loro angosce abbandoniche. Per trovare un loro equilibrio, questi uomini hanno necessità di controllare, in ogni momento, a quale distanza debba tenersi la compagna da loro. Su questa scia, la conquista dell’autonomia da parte delle donne può essere vissuta da alcuni dei loro compagni come una minaccia alla loro immagine stereotipata di uomini forti, virili e potenti: se l’uomo, in confronto alla donna, si considera troppo fragile, può rispondere in modo violento, sottomettendola".
Copyright: Antonietta Albano - Francesca Carubbi
ACP - Alpes Italia