sabato 29 febbraio 2020

Progetto "Amori 4.0"

"Amori 4.0" è un bellissimo progetto in cui collaborano colleghi e professionisti di Bologna, Parma, Vicenza, Padova, Rimini, Fano, Roma. Si parla di amori e relazioni ai tempi della Rete, di coppie, famiglie e infanzia, del rapporto delle fiabe con lo sviluppo e la tecnologia, e di tanto altro.
AMORI4PUNTOZERO

martedì 18 giugno 2019

PsicoFiaba. L'uso della fiaba in ambito clinico e di comuntà

Vi segnalo la mia seconda opera sull'uso delle fiabe in ambito clinico e di comunità
PsicoFiaba. In libreria e online
 https://www.alpesitalia.it/prodotti-671-psicofiaba

Amori 4.0. Viaggio nel mondo delle Relazioni

Giovedì 13 giugno 2019 è uscito il libro "Amori 4.0. Viaggio nel mondo delle relazioni" (a cura di) Amalia Prunotto, Maria Letizia Rotolo, Marianna Martini, Diana Vannini, edito da Alpes Italia, Roma.
Un bellissimo e interessante Volume, a cui hanno partecipato innumerevoli colleghi.
All'interno è contenuto un nostro contributo - mio e di Antonietta Albano - scritto insieme ad Amalia Prunotto: "Dipendenza sessuale...fra mito e realtà!"
Buona lettura!

Sito di Alpes
https://www.alpesitalia.it/prodotti-684-amori_4_0

martedì 10 luglio 2018

"I fatti sono amici": l'errore in psicoterapia

Rogers ha sempre sostenuto che i fatti sono i migliori amici dell'apprendimento e, quindi, del cambiamento (Rogers, 1980). Ciò vale anche per il mondo della psicoterapia. Diciamoci la verità: come terapeuti non amiamo sbagliare, fare papere. E quando ciò succede, talvolta ci invade uno sconforto e frustrazione tali, che vorremmo mandare tutto all'aria. Ma come sbaglia il terapeuta? Può succedere in moltissimi modi. Naturalmente non sto parlando di violazioni di setting o di codice deontologico, ma di errori di comunicazione, di ascolto, ma anche di valutazioni, di scelte di determinati trattamenti di elezione o impasse relazionali, che possono venire riconosciuti attraverso dispositivi di supporto allo psicoterapeuta, come intervisioni, supervisioni e terapia personale. Per fare un esempio, proprio ieri, durante la mia supervisione mensile, il mio supervisore, appunto, mi ha fatto notare quanto mi fossi bloccata con un paziente, avendo, probabilmente, facilitato il suo abbandono prematuro del setting. Mi sono resa conto, in effetti, che durante la nostra interazione, mia e del cliente, mi sono persa in un'artificiosità tale dell'ascolto, di aver mandato in tilt la mia bussola interiore, il mio locus di valutazione interno (Rogers, 1951), con conseguente perdita di empatia, autenticità e accettazione. In soldoni, ho letteralmente buttato nel secchio le "condizioni necessarie e sufficienti" rogersiane (Rogers, 1957; 1962). Non ho avuto fiducia della mia congruenza e mi sono, da qui, imbrogliata e, conseguentemente, sabotata. Beh, mentre sto scrivendo, la mia saggezza interiore mi sta facendo provare profondo rammarico per aver perso un'occasione, per essermi trincerata in vecchi meccanismi che, probabilmente, sono miei scogli e talloni d'Achille. Non amo ammettere i miei limiti, le mie sconfitte, i miei fallimenti. Però, allo stesso tempo, sono consapevole che, come ogni altro essere umano, sono fallibile, e che con umiltà, fatica ed esercizio posso apprendere dai miei refusi, per scongiurare il ripetersi degli stessi in futuro. Come ci insegna Rogers (1980) "l'unica persona che si può ritenere istruita è quella che ha imparato come si fa a imparare a cambiare". In tal senso, mi piace paragonare il terapeuta, che apprende la difficile arte dell'ascolto terapeutico, al bambino che impara a camminare e che, per farlo, inevitabilmente cade e si sbuccia le ginocchia.  Nel libro che ho pubblicato a giugno "Paco, le nuvole borbottone e altri racconti", per quanto riguarda l'importanza dell'errore, quale fonte di apprendimento educativo, ho scritto proprio questo: "...lo sbuccio alle ginocchia, lo vedo come metafora della vita, di ciò che è in realtà...Una direzione e non una destinazione. Una complessità di valori e vissuti emotivi, non sempre intrisi di felicità, ma anche di sofferenza, di inciampi appunto. Ma facenti parte di una vita arricchente, fresca e stimolante (Rogers, 1980)" (Carubbi, 2018, p. 13). E l'affascinante arte terapeutica è come la vita: una direzione e non una destinazione. Un so - stare in incognite, in attese, in frustrazioni. Ma anche in gioie, passioni e desideri. E' un continuo flusso coraggioso di apprendimento e cambiamento.

venerdì 8 giugno 2018

Uscita libro "Paco, le nuvole borbottone e altri racconti"

Ci siamo! Da oggi il mio libro è acquistabile online e in libreria. Il libro è dedicato a chi, occupandosi di educazione, vuole utilizzare la Fiaba come strumento per supportare lo sviluppo emotivo del bambino.
Adatto per i genitori.
Per visionare la scheda: http://www.alpesitalia.it/scheda.cfm…

mercoledì 21 marzo 2018

"Er fijio de' re, puorco". Una Fiaba popolare come elogio alla vitalità.

"Er fijio de' re, puorco" è una Fiaba popo)lare marchigiana (Fabriano), che, sulla scia della Novella tradizionale, quindi non edulcorata nei suoi aspetti più grotteschi, licenziosi e spaventosi, cerca di esorcizzare ciò che è più estraneo dentro di noi  e, rispetto all'epoca della narrazione orale, anche i pericoli insiti in un ambiente, come quello della Terra di Marca, ostico e difficile, a causa della sua configurazione geografica e della sua continua lotta per la sopravvivenza, soprattutto per il Ceto Contadino (Rossi, 1994).
In tal senso, da un punto di vista psicologico, la Fiaba tradizionale e popolare si confà particolarmente nel divenire uno strumento di facilitazione dell'integrazione di quelle parti di sé, subcepite, intercettate e negate alla coscienza (Rogers, 1951), che hanno carattere di pericolo e minaccia per la coerenza e la stabilità della Struttura del proprio Sè (ivi). In altri termini, la schiettezza linguistica, dal carattere così immediato, spontaneo, a tratti cruento e, soprattutto, privo di quelle artificiosità tipiche delle novelle più conosciute a noi, permette di poter simbolizzare con meno paure ciò che di spontaneo, immediato, vero, ma anche di arcano e misterioso è in noi, all'interno del nostro Vero Sé (ivi), che, non dimentichiamo, comprende  tutte quelle percezioni, modalità di costruzione dell'esperienza,  e tutti quei valori, sentimenti che tendiamo a giudicare come mostruosi, alieni e, quindi, estranei. Ma che, se ci ostiniamo a relegarli in un angolo remoto della nostra identità, non faranno altro che remare contro di noi. Infatti, l'ascolto della nostra Saggezza Organismica e, conseguentemente, lo sviluppo ed il progredire della nostra Tendenza Attualizzante (ivi), della nostra pulsione vitalistica, non possono esimersi dall'integrare sia le nostre pulsioni mortifere, i nostri vissuti emotivi meno "nobili" (per lo meno come tendiamo a percepirli), come ad esempio rabbia, odio, invidia, gelosia, bensì le nostre fantasie più recondite e che reputiamo più vergognose ed inaccettabili. E la Fiaba fabrianese parla proprio di questo. Nello specifico, il racconto, in dialetto, narra le vicende di un giovane principe, che, di giorno fu un maiale, ma di notte tornò ad essere un bel ragazzo. Il principe, poiché volle una moglie, chiese la mano delle figlie del Mugnaio. Costoro, quando videro che il loro re - porco, a tavola,  mangiava, appunto, come un maiale, arretravano inorridite. Allora, il re si vendicò uccidendole. L'ultima sposa, più consapevole e congruente (Rogers, 1957) non battè ciglio dinanzi al comportamento dello sposo/porco, ma, anzi, lo pulì perbenino, tanto che riuscì  a trasformarlo in un bel giovane: "...e lia, che avea più giudizio de quell'antre je ro pulia co' 'na pezzetta per fallo magnà mejo. Dopo magnato giétte a letto; e a mezzanotte 'bbocca 'ntella cammera el giòane più biello del munno." (Gianandrea, Mannocchi, 1994, pag. 12). Traducendo: "... E lei, che aveva più giudizio delle altre lo aveva ripulito con una pezzetta per farlo mangiare meglio; ed a mezzanotte entrò nella camera il giovane più bello del mondo".  Questo racconto, molto somigliante a "Barbablù", scritto da Perrault nel XVII secolo (una bellissima lettura psicologica è contenuta in "Donne che corrono coi Lupi" di C. Pinkola Estés, 1992), può divenire metafora del pericolo di soccombere, a causa di retaggi e pregiudizi culturali, a quelli che Pinkola Estés (1992) definisce "predatori della psiche", ossia a quelle modalità mortifere di autocensura, di non ascolto e sviluppo del proprio potenziale umano,  della propria vitalità e creatività, intesa anche come energia corporea, sessuale ed affettiva, del proprio empowerment personale (Rogers, 1977). In termini simbolici, il puorco, può ben rappresentare, nello specifico, quegli aspetti vitalistici di piacere, soddisfazione e di passione, di desiderio, che non sempre riusciamo ad esprimere nel loro potenziale, a causa di inibizioni interiorizzate e di stereotipi socio - culturali. Riassumendo, l'ultima sposa è colei che ha potuto toccare con mano i suoi aspetti, finora relegati, senza venirne sopraffatta ed annientata, ma facendoli propri, dando vitale nutrimento al proprio vero ed organismico sé: la ragazza ha ridato luce, bellezza ed offerto legittimo spazio a quelle parti che, se fossero rimaste silente e distorte, avrebbero devitalizzato e mortificato la sua esistenza. La Luce non esiste senza Ombra e viceversa.

© Francesca Carubbi
psicologa - psicoterapeuta rogersiana
www.psicologafano.com



sabato 3 marzo 2018

Legame vs Vincolo. Per una lettura rogersiana del Legame d'Amore

“L’amore non dà nulla fuorché se stesso e non coglie nulla se non da se stesso.
L’amore non possiede, né vorrebbe essere posseduto poiché l’amore basta all’amore”

K. Gibran

In Potere Personale (1977) Rogers ci informa che amare non significa essere tutto per l'altro e che il rapporto tra partners si basa su una comunicazione aperta, autentica e sul reciproco rispetto dell'Altro, anche in termini di vissuti ed autonomia personale, dove i ruoli di coppia non assumono più quei connotati contraddistinti da fissità, rigidità e da stereotipi sociali. Il rapporto d'amore, ne consegue, è una relazione basata su una profonda accettazione della libertà esperenziale, non solo della propria, ma anche quella del partners. In tal senso, l'Autore, in A Way of Being del 1980 ci offre un piccolo cammeo riguardante la sua personale intolleranza ad un rapporto di coppia basato sul controllo e sul possesso. In effetti, il paradigma rogersiano amoroso, non può non basarsi sul seguente presupposto: si è coppia, ma, in quanto Persone ed individui, anche agenti di scelta unici ed irripetibili. In tal senso, L'Altro che si ama, per i principi di saggezza organismica, libertà esperenziale ed autodeterminazione (Rogers, 1951) non è lo strumento di soddisfacimento dei nostri bisogni, non è la nostra ancora di salvezza, né tanto meno l'artefice delle nostre aspirazioni; sta a noi, come persone capaci di scelte  (Rogers, 1951), la libertà e responsabilità della nostra felicità. Non sono, da qui, il prestigio,  né la bellezza, né il fascino, piuttosto che la carriera dei nostri compagni a farci sentire realizzati. Tanto meno è responsabilità dell'Altro a nutrire le nostre ferite narcisistiche e le nostre paure abbandoniche. Non viviamo di luce riflessa. Solo nel momento in cui, noi per primi ci legittimiamo e ricaviamo le nostre soddisfazioni personali, all'interno dei nostri spazi, potremo vedere ed accettare l'Altro come entità separata e diversa da noi: ogni membro della coppia ha un'identità unica, soggettiva ed irripetibile e l'incontro può avvenire solo nel rispetto e consapevolezza delle reciproche differenze. Nella realtà, al contrario, si è soliti pensare che il rapporto d'amore sia un patto di sangue (in tutti i sensi, purtroppo. Come ci ricorda amaramente la cronaca di questi anni) e non di soddisfazione dei propri desideri e passioni. Il rapporto diviene un giuramento di esclusività: l'esistenza di uno dei partners inizia e finisce con quella dell'Altro. Si tende a vivere il rapporto di coppia all'interno di due estremi:  "o sono sempre con te e tutto per te" o "mi sei troppo vicino e non ti tollero più". Nel primo caso, pian, piano si abbandonano ( o non si iniziano affatto) le proprie aspirazioni, i propri interessi, al fine di raggiungere un'illusoria simbiosi di coppia; nel secondo caso, si ha così paura della vicinanza e del legame, da volerlo rifiutare. In entrambe le situazioni comunque, per quanto estreme l'una dall'altra, c'è un tratto che le accomuna: l'impossibilità di vedere l'Altro per ciò che è relamente, idealizzandolo o svalutandolo a seconda delle proprie insicurezze e paure. Non c'è più un cammino comune e rispettoso delle reciproche diversità. Non c'è più spinta vitalistica, Tendenza Attualizzante. Tutto diviene un calvario mortifero e doloroso: una via crucis da cui non si riesce a separarsi: iniziano, così, ricatti affettivi, morali, minacce, violenze, coazioni di sofferenza inaudita. Insomma, una spirale di rabbia, rancore e dolore da cui sembra impossibile usicre. Il legame, a differenza del possesso, si basa proprio sulla consapevolezza ed accettazione che l'Altro che amiamo sarà sempre, in quanto persona diversa da noi, un'incognità unica, soggettiva ed irripetibile. Differente da noi. Vicino e lontano. Presente ed Assente, senza per questo farci sprofondare in uno stato di annichilente e sopraffacente angoscia.
E per questo che il legame è una sfida: perché è una continua apertura all'esperienza. L'amore è una direzione, non una destinazione (Rogers, 1961). E' legame, non vincolo.  L'amore, come ci ricorda Gibran,  basta a se stesso.

© Francesca Carubbi

Dott.ssa Francesca Carubbi
psicologa e psicoterapeuta rogersiana
Fano (PU)
www.psicologafano.com

mercoledì 28 febbraio 2018

Gli uomini violenti

"Gli uomini violenti" (Estratto dell'Articolo "LA VIOLENZA E LE SUE FORME DI REATO: un'analisi attraverso il punto di vista psicosessuologico “centrato sulla persona”- di Antonietta Albano e Francesca Carubbi. Pubblicato su "Da Persona a Persona - Rivista di Studi Rogersiani, giugno 2011, pp. 283 - 297)
Per ciò che concerne la tipologia degli uomini violenti o maltrattanti, a differenza di quello che si potrebbe immaginare, nella maggior parte dei casi, ci troviamo di fronte a uomini “normali” (Baldry, 2005), ovvero a individui che hanno una vita sociale normale, relazioni amicali e lavorative soddisfacenti: uomini insospettabili, provenienti da diversi contesti socio – culturali. Solo nell’8% dei casi questi uomini fanno uso abituale di alcol o di sostanze: in effetti, l’uso di sostanze stupefacenti non spiega i comportamenti violenti. Anzi, sono spesso gli stessi uomini a cercare un alibi per la loro violenza, giustificando il loro comportamento violento con l’uso di narcotici (Crowell, Burgess, 1996). In questo senso, Hirigoyen (2005) raccomanda di non considerare l’alcolismo come sinonimo di deresponsabilizzazione dal comportamento violento: infatti, tutti gli uomini che giustificano la perdita di controllo sono però capaci di tenerlo a bada in società o sul luogo di lavoro. A ciò si aggiunga che, in realtà, il comportamento violento non cessa con il cessare dell’uso di sostanze, al contrario, essendo più lucido, l’uomo maltrattante attua comportamenti violenti più mirati, deliberatamente selettivi (ad esempio, nel caso di violenze fisiche, è raro che l’uomo colpisca la donna al viso, in quanto le percosse lascerebbero segni inequivocabili di riconoscimento), aventi lo scopo di terrorizzare la partner. Come ricorda ancora Hirigoyen (2005), tutti i racconti delle vittime descrivono uomini che diventano irritabili senza motivo apparente. Sono di cattivo umore, si lamentano di aver dormito male e cercano, appunto, un’occasione per giustificare la loro irritabilità, evidenziando come la loro personalità soffra di una profonda ferita
narcisistica: il loro senso di fragilità e il loro senso di impotenza può portarli a voler dominare la loro compagna. In questo senso, si aspettano che le loro partners si prendano sulle spalle il peso delle loro tensioni, colmare le loro insicurezze e placare le loro angosce. Poiché, comprensibilmente, queste donne non possono riuscire in questo intento, esse divengono bersaglio della furia del compagno; in questo panorama, l’atto violento si innesta come un tentativo onnipotente di calmare la propria angoscia annichilente, attribuendo la responsabilità dei propri fallimenti alla donna, che viene percepita come l’unica responsabile della propria infelicità e angoscia esistenziale. In questo modo, il controllo sull’altro colma la loro mancanza di controllo interno. Ma questa angoscia interna è connessa anche alla paura di essere abbandonati: “il loro comportamento violento, in certi momenti, ha lo scopo di mantenere la donna al posto suo, in modo da non sentirsi dipendenti da lei, mentre in altri, quando sono terrorizzati dall’idea di essere lasciati, tentano di farsi perdonare e suscitano nella compagna un atteggiamento protettivo” (Hirigoyen, 2005, trad. it., pag. 126). Inoltre, sempre per il timore di essere abbandonati, gli uomini violenti ignorano che un rapporto di coppia sano abbia bisogno di una certa distanza psicologica, cercando, al contrario, una piena fusione con la partner. In questo tipo di rapporti, in cui i due partner si vivono come un tutt’uno, il minimo cambiamento in uno dei due mette a rischio la vita di coppia, e il partner si sforza, talvolta, con violenza a ristabilire l’equilibrio. Come possiamo notare, si tratta di un problema di “giusta distanza” relazionale: l’uomo violento vive la donna, alternativamente, come inesistente, non prendendola in considerazione, o troppo invadente, sminuendola o criticandola. Troppa vicinanza li spaventa, in quanto hanno paura di essere invasi, mentre, una lontananza percepita troppo grande riattiva in loro angosce abbandoniche. Per trovare un loro equilibrio, questi uomini hanno necessità di controllare, in ogni momento, a quale distanza debba tenersi la compagna da loro. Su questa scia, la conquista dell’autonomia da parte delle donne può essere vissuta da alcuni dei loro compagni come una minaccia alla loro immagine stereotipata di uomini forti, virili e potenti: se l’uomo, in confronto alla donna, si considera troppo fragile, può rispondere in modo violento, sottomettendola".
Copyright: Antonietta Albano - Francesca Carubbi
ACP - Alpes Italia

mercoledì 7 febbraio 2018

Mercoledì 21 febbraio, ore 20, ci sarà il primo incontro, gratuito, di presentazione del ciclo di appuntamenti "Marte e Venere sulle Nuvole: riflessioni semi - serie sull'essere coppia oggi". Abbiamo pensato di dedicare questo primo incontro, non solo alla presentazione del ciclo di incontri, bensì ad un primo "assaggio" della modalità di conduzione, in termini di esperienza non solo di parola, bensì emozionale e corporea. Perché "semi - serie"? Perché pensiamo che si possa prendere la vita anche con sana ironia.
Programma:
- presentazione delle psicologhe - psicoterapeute e dei loro approcci;
- presentazione della finalità e della modalità di svolgimento degli incontri;
- esperienza di gruppo di parola e di classi di esercizi di bioenergetica.
Si consiglia abbigliamento comodo

Le iscrizioni (max 5 coppie) terminano martedì 20.
Vi aspettiamo!


martedì 6 febbraio 2018

Perché scegliere un percorso di psicoterapia

Voglio scrivere di questo, per un motivo molto semplice: lo psicoterapeuta è ancora percepito in modo molto spaventoso e minaccioso. Personalmente, da qui, sostengo semplicemente (e non solo io) che lo psicoterapeuta è il professonista che si occupa di salute mentale e non solo di malattia. E la sua materia di studio, di ricerca e di cura è il funzionamento psicologico dell'essere umano. Perché sottolineare il banale? Perchè la realtà ci mostra che, tutto sommato, il banale non è cosa scontata. Per la gente comune è immediato pensare che, se mi rompo una gamba, dovrò rivolgermi ad un ortopedico; se ho una gastrite al gastroenetrologo e per un mal di denti al dentista. Inoltre, sia l'ortopedico, il gastroenterologo, nonché il dentista oltre a curare il danno, si preoccuperanno di fornire strumenti di prevenzione al fine di promuovere uno stato di benessere e di prevenire eventuali recidive. Per  essere concreti, ad esempio, il dentista dirà che non si deve solo intervenire quando il dente è cariato, bensì che è fondamentale attuare un'accurata igiene della bocca. Fuor di metafora, lo psicoterapeuta, alla stessa stregua, è colui che non solo cura, attraverso l'ascolto e la parola, una determinata psicopatologia, ma che facilita nel cliente smarrito e confuso una presa di coscienza sia della natura del suo malessere (sintomo come spia di qualcosa che non va), sia della sua costruzione e percezione della realtà, in termini di rapporti con i propri sentimenti, costrutti o idee, con le sue modalità di riconoscere ed affrontare i problemi e di costruire ed intessere relazioni con sé e con gli altri. Perché questo passaggio è importante? Per il fatto che, il faticoso lavoro di esplorazione e di facilitazione permette una progressivapresa di consapevolezza e di ristrutturazione del proprio sé, grazie all'integrazione e corretta simbolizzazione di quelle aree della personalità, prima intercettate e distorte, perché incompatibili con il concetto o struttura del sé: ossia di quell'insieme di emozioni, idee e valor, introiettati dall'ambiente circostante e percepiti come propri (Falso sé) con cui la persone si è costruita nel tempo (Rogers, 1951). Rogers (ivi) ci insegna, infatti, come uno dei bisogni della Persona sia quello di mantenere un certo grado di coerenza interna, intesa come percezione di sé stabile e coerente nel tempo, negando alla coscienza, se necessario quei vissuti, di carattere organismico e viscerale, percepiti come minacciosi (Vero sé), in quanto in forte contrasto con l'immagine che il soggetto ha di sé. Fin quando la persona non sente conflitto interiore rispetto al tentativo di emersione di queste parti distorte e bloccate, l'equilibrio è preservato: alcuni elementi possono benissimo essere posti al di fuori della coscienza, senza turbamento per l'individuo. Ma cosa succede, al contrario, a quella persona che sente che qualcosa sta andando in crisi? Che nota dei cambiamenti nel suo percepire? Che inizia a rendersi conto che inizia ad esserci una discrepanza (ivi) tra ciò che pensa e ciò che sente e proviene dal suo organismo? Che sente emozioni contrastanti e minacciose? La scelta di rivolgersi ad uno psicoterapeuta si incunea proprio in questo frangente: quando si prova sofferenza psicologica, confusione, ansia e tensione, quando i nostri sintomi psicologici ci informano che c'è qualcosa che non va. Quando si instaura, in termini rogersiani, una delle condizioni necessarie e sufficienti per la nascita della relazione terapeutica e del processo di cambiamento proprie del cliente, ossia un nascente stato di incongruenza o di ansia (Rogers, 1957; 1961), che si manifesta, appunto, attraverso una determinata sintomatologia (sintomi ansiosi, depressivi, psicotici...) non decifrabile. Ed il terapeuta serve proprio a questo: a facilitare la persona, considerata come la miglior esperta di se stessa in quanto agente di scelta libero e responsabile, nel trovare, in modo unico, soggettivo ed irripetibile, una chiave di lettura della sofferenza che sta provando. Ed è proprio l'interrogazione di questi sintomi, l'offrire loro un senso, secondo ciò che suggerisce la propria saggezza organismica, offrire loro una storia , una loro collocazione, un "perché" è fare buona psicoterapia.

Dott.ssa Francesca Carubbi
psicologa - psicoterapeuta
www.psicologafano.com
 
© Francesca Carubbi

Con – Tatto: abuso, trauma e le condizioni rogersiane dell'ascolto

L'abuso è una violazione. E' fiducia tradita. E' un entrare violento nella propria intimità, senza permesso. Parlare di abuso è molto difficile. C'è ancora un profondo velo omertoso che, spesso, tende a minimizzarne la portata. Minimizzazione o, nel peggior caso, misconoscimento che non facilita la rielaborazione da parte della vittima di ciò che è accaduto. L'impossibilità di un clima accogliente, autentico ed empatico (Rogers, 1957) non permette, altresì, alla vittima di parlare di ciò che ha subito. In tal senso, non è raro osservare che molte vittime, che hanno subito violenze in tenera età, parlino del loro trauma solo in età adulta.
 Ma il trauma non scompare, anzi...Torna, in altre vesti, se possibile ancora più forte di prima: può succedere che la vittima possa ripetere ciò che ha subito e tentare di rielaborare la ferita attraverso una sintomatologia specifica: flash – back, fughe ed amnesie dissociative, vere e proprie somatizzazioni e un iperattivazione dell'arousal (risposte fisiologiche eccitatorie abnormi rispetto alla portata dello stimolo. Ad esempio sentirsi minacciati ed incolumi in situazioni obiettivamente non pericolose). Non rare sono le manifestazioni di autolesionismo e la comparsa di disturbi psicopatologici, come disturbi di ansia e dell'umore, disturbi di personalità (Organizzazione Borderline di Personalità – Kernberg, 2000) e l'abuso e dipendenza da sostanze: tutti tentativi di dare un senso al non rievocabile, alla sopraffazione che irrompe come un lampo a ciel sereno, a vissuti non dicibili o pensabili, come sentimenti di indegnità, vergogna, colpa e rabbia. Chi non può ricordare e dare giusta legittimità a ciò che gli è successo è come se vivesse come un funambolo, che cammina su una corda altissima, in un precario equilibrio, e che rischia di sfracellarsi al suolo. L'unica differenza è che il funambolo conosce il pericolo, quale quello di cadere, mentre la persona abusata ha paura ed angoscia, senza comprendere il perché: la vittima di abuso sa che le è capitata una cosa molto grave, ma non ha tutti i pezzi necessari per mettere insieme il suo puzzle esistenziale, i suoi ricordi. Vive tutto attraverso il corpo e le emozioni percepite come minacciose. Da qui, la persona traumatizzata percepisce la realtà in modo sopraffacente ed impotente (Tardioli, 2010, appunti interni IACP), ossia con scarso empowerment personale (Rogers, 1977) e possibilità di cambiamento. Il tutto, accompagnato da un profondo senso di indegnità.
Come aiutare, allora, queste persone? La persona abusata porta un bagaglio di vissuti profondamente ambivalente: ciò che condanna a se stesso è l'incapacità, all'epoca dei fatti, di non essere riuscito a dire un fermo e deciso "NO!", di non essersi fermato in tempo...insomma di non essersi difeso e scappare. I racconti che entrano in una stanza di psicoterapia sono intrisi di angoscia e perciò è molto frequente che il professionista, che non ha simbolizzato correttamente dentro di lui l'angoscia e la paura rispetto a suddetti vissuti ambivalenti, cada in errori di comunicazione:
- può mostrarsi, lui per primo, ambivalente nella sua arte comunicativa: attraverso la parola esprime un suo vissuto, mentre con il corpo un altro. Ad esempio, senza rendersene conto, può assumere una posizione di difesa o uno sguardo giudicante o, mancando di ascolto empatico, può mettere in campo atteggiamenti salvifici (il terapeuta può colludere con le richieste di urgenza di guarigione o di accondiscendere alla soddisfazione dei bisogni del cliente, magari rendendosi sempre reperibile al di fuori delle sedute, per poi sentirsi defraudato dei suoi confini e, di conseguenza, arrabbiato e confuso, rischiando, in tal modo, di inquinare il setting, privandolo di coerenza, costanza e stabilità (elementi, questi, che mancano alla persona che ha subito un trauma);
- può mostrarsi incongruente, mettendo in atto quelle che Gordon (trad. it., 2005) ha definito barriere di comunicazione, come ad esempio la rassicurazione, che rappresenta una delle trappole più deleterie, per ciò che concerne il pericolo di reificazione del sentire del cliente. Se dico ad una persona che prova senso di colpa, ad esempio, "non è colpa tua", significa che, in primis, sto reificando un suo vissuto degno di essere legittimato ed elaborato ed, in secondo luogo, sto chiudendo un'importante esplorazione che, seppur difficoltosa e dolorosa, può permettere di rendere questa colpa digeribile e meno traumatica. La persona abusata necessita che chi sta davanti a lei sia capace di contenere il suo smarrimento, la sua vergogna e la sua colpa, senza sentirsi minacciata, devastata e distrutta dal racconto. Dire ad una vittima di abuso "Non è colpa tua", è comunicarle la nostra difficoltà a starci in quella colpa, amplificandone ancora di più la portata minacciosa e sopraffacente. E' come se la persona abusata iniziasse a pensare "se il terapeuta mi dice così, significa che ciò di cui parlo è una cosa gravissima. Una cosa talmente grave, da non poter essere ascoltata". Perciò, se l'accettazione o considerazione positiva incondizionata (Rogers, 1957) permette di far percepire alla persona traumatizzata un'accoglienza non possessiva, ma capace di contenere la sopraffazione, l'impotenza, la vergogna e tutto ciò che è intimamente collegato con l'abuso, la congruenza e l'empatia, d'altra parte, permettono un ascolto profondo e non reificante.
Nello specifico, come detto anche sopra, la corretta simbolizzazione dei vissuti permette al terapeuta sia di divenire quella persona degna di lealtà e fiducia nella relazione terapeutica (Rogers, 1961), sia di chiarire e confrontare (Kernberg, 1978; 2010), se necessario, il cliente su determinati aspetti percepiti dal terapeuta, appunto, come non chiari e confusi. L'empatia, d'altro canto (attraverso i rimandi che Rogers e Kinget – 1965 – 66 hanno ben descritto nella loro Opera, quali: riflesso semplice o reiterazione, riflesso del sentimento e delucidazione), consente la comprensione "come se" (Rogers, 1957) dei vissuti di disperazione e di dolore legati al trauma, scongiurando il pericolo di una pericolosa identificazione (quindi di perdita di empatia) con questi ultimi.
Riassumendo, l'abuso è una violazione, un sopruso della propria esistenza: la presa in carico e la relazione terapeutica devono, quindi, essere contraddistinte da fiducia, lealtà, saldezza ed empatia, affinché la persona possa sentirsi liberamente responsabile (Rogers, 1951) di esplorare la sua esperienza, senza interferenze ed ingerenze (comprese quelle di carattere salvifico) del terapeuta. Un ascolto, insomma, attento, delicato e capace, allo stesso tempo, di sostare nell'ambivalenza, nella confusione, nel caos, permettendosi, anche di confrontare il cliente, in modo autentico e senza difese professionalizzanti, su aspetti non comprensibili Un so – stare con – tatto.
© Francesca Carubbi
Dott.ssa Francesca Carubbi
psicologa - psicoterapeuta
www.psicologafano.com

domenica 20 dicembre 2015

Studio Daimon. Si effettuano percorsi di promozione del benessere e di crescita personale. Nello specifico:
- facilitazione di alternative di risoluzione dei problemi (problem solving) più efficaci e salutari;
- gestione dello stress e dei conflitti tramite il potenziamento della resilienza personale;
- supporto e potenziamento del self - care (capacità del prendersi cura di se') e dell'autostima o valore di se'.
Per maggiori informazioni:
www.psicologafano.com
info@psicologafano.com

giovedì 28 maggio 2015

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martedì 4 novembre 2014

Il vissuto in psico-oncologia:l' ideale e il reale!

UN RICORDO PER SEMPRE


... ho bisogno di liberarmi di questo “fardello”...
.... ho bisogno, forse, di sentirmi utile per qualcuno...
Ecco perché ho deciso di scrivere! Potrebbe servire ad altri, che hanno vissuto o vivono la mia stessa dolorosa esperienza, come conforto!

Per fortuna riesco a non chiudermi in me stessa e ad essere forte.. a pensare che questa mia tragica esperienza possa essere di aiuto a qualcuno, così come io mi sento consolata e, in qualche modo, incoraggiata quando leggo di esperienze simili.

Tutto ebbe inizio nell'estate 2010. Eva si trova al mare. Infervorita dai preparativi per l'arrivo dei suoi figli, che avevano trascorso con i nonni un'intera settimana da soli.
Ricorda la gioia e il dolore, all'improvviso!
Un dolore forte; pungente.. persistente alla “sua” bocca. Lingua e gengiva doloranti.
Da quel momento tutta la “sua” vita è cambiata: controlli medici continui; incertezza; incredulità e l'ostinazione di voler credere ad una cosa banale. Fingere che tutto fosse normale, ma poi arrendersi e tornare a casa. Lontana dalla quiete e dalla serenità. Familiarizzare, immancabilmente, con la realtà sempre più cruda e sconvolgente.
“Nel ricordo, rivivo la corsa frenetica a cercare soluzioni... angoscia, presentimenti e... purtroppo, nulla di infondato!
Nove mesi di agonia: chemio e radio. Le forze che, pian piano crollano... ma non quelle dell'anima!
Terapie, comunque, non efficaci. Si necessita di un intervento demolitivo, che mi ha strappato via lo sguardo e la parola”!
Nonostante tutto, dopo l'intervento, si riprese adeguatamente. Iniziò l'attesa snervante dell'esito delle analisi e... che fare? “Attrezzarsi” ed affrontare tutto ciò che ci aspettava.
Tutti coinvolti, anche se era lei a dover affrontare il nuovo calvario del percorso terapeutico/riabilitativo.
Lo smarrimento, l'incertezza del cosa fare. L'ansia per l'esito dell'operazione; lo struggimento e la pena per il dolore. Ritrovarsi ad affrontare ancora altre difficoltà. Il dopo... come riuscire a vivere come prima? “Non sono più la stessa. Non potrò più fare il mio lavoro... ma penso di avere avuto, comunque, il coraggio e vorrei poter trovare, ancora, tanta forza in me... non tanto per me, ma per i miei figli, perché loro sì che sono la mia vita!
Ha mostrato un coraggio ed una forza straordinari, fino all'ultimo! Grazie a quello straordinario coraggio e forza di volontà non si arrese mai e posso solo immaginare quanto le sia costato.
“Non è giusto che io sia qui, nella mia casa, fuori l'odore straordinario della primavera, a permettermi il lusso di rimuginare sulla mia sofferenza e nulla più”.
Mai ha mostrato cedimenti, almeno evidenti, con gli altri. Preferiva evitare di lasciarsi andare, anche se un giorno mi ha detto: “sai che difficilmente piango? É difficile che io esterni le emozioni... sì sono dura, ma sensibile, direi”! Un modo per non cedere alla disperazione e nello stesso tempo per proteggere gli altri dalla pena.
Tutti abbiamo avuto una linea comune: cercare di coinvolgerla il più possibile in una vita normale.
Cercavamo di fare del nostro meglio: le stavamo vicino. Le parlavamo continuamente, ma il tormento più grande era il non sentirsi all'altezza, la sensazione frustrante di non riuscire a trovare le parole giuste al momento giusto. Ricorrevo ai messaggi scritti, alle lettere, cercando di chiarificarle che “scrivere è terapeutico: permette di esprimere facilmente le proprie emozioni, anche quando è difficile”!
“Sono caparbia, però, e la voglia di essere ottimista non mi manca. Ci sono momenti in cui, a volte, mi aggiro smarrita per le stanze, gridando il mio dolore, altri di dignitosa compostezza e momenti di dignità raziocinante.
La consapevolezza di condividere la pena di molti non mi consolava più di tanto, ma mi dava forza.
Certo... sono stanca; stanca e vuota... e pensare di condividere la pena di molti non è poi una gran consolazione, al massimo posso pensare che come ce l'hanno fatta gli altri, ce la posso fare anch'io, perché non ho mai visto in effetti nessuno così totalmente disperato da rinunciare del tutto a vivere anche dopo un grande dolore, anche vivendo quotidianamente in un'ansia e una preoccupazione lacerante, come sembra debba essere il nostro futuro”.
Col passare del tempo, quanto più diventava evidente la gravità della situazione, tanto più cercava di armarsi di coraggio, per riuscire ad affrontare con presunzione, senza troppa difficoltà il momento degli adii e il dopo.
Quanto poi era preparata, lo vidi alla fine. Quel giorno, quel grigio mattino di fine aprile 2011, pareva adatto a dirle addio... e non posso più sentirla da allora senza provare una stretta al cuore.
Nell'immediato mi aggrappavo al pensiero delle persone care a cui dovevo in qualche modo dare conforto. La consolazione era che lei se ne era andata con dignità... era quasi la sua ossessione... in un ambiente bello, circondata da persone care.
Non è stato semplice affrontare, davvero, il dopo... dolore e disperazione, laceranti!
C'è la serenità con cui riesco a pensare a lei che, spesso, lascia il posto, all'improvviso, ad una sensazione di vuoto e perdita irreparabile: il dolore della mancanza, sofferta, dai suoi bambini.
Ricordo le sue parole: “non ci si rassegna, ci si abitua. Si cerca di continuare a vivere una vita normale, anche lieta, ma non è facile. A volte diventa una ricerca, anche febbrile, di distrazioni, interessi, a volta un'apatia che sfocia nella depressione”!
Credo, comunque, che si debba accettare questo alternarsi di momenti sereni e disperati. L'errore più grande è chiudersi in se stessi; bisogna avere il coraggio di chiedere aiuto, di aprirsi agli altri con umiltà, senza avere timore di mostrare la propria debolezza.
E poi, non bisogna dimenticare gli altri... ci può sempre essere qualcuno che ha bisogno di noi, qualcuno a cui tendere la mano e nel momento in cui si condivide la pena e si porta conforto ci si sente più forti, utili e migliori... perché è questo che avrebbe desiderato lei... alle soglie dei suoi soli 38 anni!


Dr.ssa Antonietta Albano

Psicologa e Pedagogista
Formazione in Sessuologia Clinica - Perfezionamento in Psicologia Giuridica.

lunedì 13 ottobre 2014

SEDUZIONE ED EROS: percezione nelle varie società!


«Nella nostra specie i rapporti sessuali non hanno una funzione solo riproduttiva;
una relazione sessuale è anche interazione sociale».


La sessualità si esprime con comportamenti e regole dettati dalla cultura. Natura e cultura sono ugualmente importanti nella definizione dell’identità sessuale di un individuo.
Un rapido sguardo oltre i confini del proprio paese conferma che i popoli sono diversi anche nel modo di vivere il sesso: cambia da un paese all’altro, da una settimana all’altra, da un giorno all’altro. Etica, morale, religione e cultura definiscono per ciascun popolo il modo di vivere il sesso.
Ogni cultura regolamenta la sessualità: chi, come, dove, quando e perché. Norme generali che stabiliscono quando è permesso e perché è permesso.
I termini in cui vengono definite queste regole variano moltissimo tra una cultura e l’altra. Le differenze nei comportamenti sessuali sono diventate di recente oggetto di studio:
l’età del primo rapporto sessuale varia sensibilmente da un paese all’altro. Secondo le statistiche, che riguardano i paesi industrializzati, i ragazzi americani sperimenterebbero, prima dei loro coetanei europei, la loro prima volta a 15 anni, rispetto ai 17 degli europei. I legami che si instaurano tra i primi sono meno duraturi, a differenza dei secondi dove sono stabili e duraturi, nonostante la giovane età dei ragazzi.
Una ricerca sul comportamento sessuale della popolazione mondiale ha evidenziato una variazione anche nella frequenza dei rapporti sessuali: la popolazione più attiva risulta essere quella russa, francese ed americana, con 130 rapporti l’anno; quella meno passionale sarebbe l’orientale con solo 30 rapporti l’anno.
La cultura influisce sulla nostra sessualità; sul nostro comportamento sessuale; forma le opinioni correnti, sia direttamente che indirettamente, tramite le immagini diffuse dei media, in base a cui decidiamo chi è un partner sessualmente adeguato e chi non lo è; quando si può avere un rapporto sessuale e quando, invece, è proibito.
Questi elementi forniscono i parametri che regolano l’attività sessuale. Acquista sempre più piede un approccio universale allo studio della sessualità.
I fenomeni connessi con la globalizzazione, come il flusso migratorio sempre più intenso, tendono a ridurre le differenze culturali tra le popolazioni e, di conseguenza, anche le abitudini e i comportamenti sessuali.
Le pratiche sessuali si trasformano rapidamente a contatto con nuovi stili di vita. Anche la passione è condizionata da modelli culturali, che dettano agli individui i criteri per gestire un rapporto sessuale. Recentemente questi modelli hanno subito grandi trasformazioni e hanno cambiato radicalmente le abitudini sessuali.
Anche nell’ambito della Sessuologia la ricerca non può escludere le differenze culturali; vanno tenute in considerazione laddove ci permettono di completare il profilo delle nostre conoscenze sulla sessualità. La cultura di appartenenza nutre un individuo sin dalla nascita, plasma tutte le sue concezioni e in particolare quelle che riguardano il suo ruolo nella comunità e la sua identità sociale.
Parte integrante dell’identità sociale di un individuo sono le sue abitudini sessuali e la comunità regola il comportamento sessuale a seconda del ruolo che attribuisce a uomini e donne.
L’omosessualità, ad esempio, è un comportamento sessuale che più di altri necessita l’accettazione culturale; molto importanti sono i modelli di riferimento. L’omosessualità rappresenta come l’identità è il frutto di una elaborazione della cultura.
Oggi le norme per la sessualità sono trasmesse tramite l’educazione sessuale. Chi non ha una conoscenza adeguata della propria sessualità, spesso, ne ha anche una percezione distorta e vive le sue esperienze sessuali in modo non appagante e, talvolta, anche doloroso.
Questi comportamenti espongono, maggiormente, al rischio di malattie sessualmente trasmesse; la scarsa conoscenza è il comune denominatore di molti disagi e disturbi della vita sessuale.
L’educazione sessuale sembra avere un carattere prettamente informale in base alle ricerche condotte. La trasmissione delle conoscenze agli adolescenti avviene, specie, tramite coetanei e fratelli maggiori. Nelle comunità tradizionali questo compito è affidato agli anziani; nella maggior parte dei casi si tratta di forme di educazione non strutturate, che non vengono sostenute da programmi governativi.
Fornire un bagaglio completo di informazione è una priorità dell’educazione sessuale dei più giovani, che dovrebbe avvenire sin dall’età prescolare. Al termine del ciclo di istruzione obbligatoria i ragazzi debbono avere un’informazione completa su tutto.
Importantissima è l’educazione all’affettività, che comincia sin dalla prima infanzia, tramite il contatto fisico coi genitori; il bimbo accetta se stesso sentendosi amato e convincendosi di meritare questo amore. L’educazione diventa didattica quando il bimbo acquisisce una completa padronanza del linguaggio.
L’unione sessuale è il rapporto umano che più di ogni altro è oggetto di una complessa regolamentazione non scritta: le regole di questo gioco a due mutano rapidamente e non sempre nella relazione di coppia si riesce a far fronte alle esigenze di entrambi i partner.
La diffusione di informazioni complete sulla sessualità è un supporto fondamentale della comunicazione di coppia, ma talvolta le rotture sono inevitabili.
Il matrimonio rappresenta l’istituzione più diffusa nel mondo per regolamentare l’unione sessuale. La ritualità delle cerimonie nuziali, spesso, sono frutto di uno scambio di simboli tra diverse culture.



Dr.ssa Antonietta Albano
Psicoterapeuta- Sessuologa